A lezione di cinema italiano con Martin Scorsese, protagonista alla Festa del Cinema di Roma

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ROMA – Una lezione di cinema con un insegnante speciale, è quella che ha avuto luogo questa sera all’Auditorium Parco della Musica di Roma. A salire ‘in cattedra’ è stato un mostro sacro della cinematografia internazionale, Martin Scorsese. L’autore di opere dall’indiscusso (e meritato) successo di critica e pubblico come “Mean Streets”, “Taxi Driver”, “Toro Scatenato” e “Quei bravi ragazzi”, solo per citarne alcune, e’ stato il protagonista di un incontro con il pubblico alla tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma e ha ricevuto il premio alla carriera dalle mani di Paolo Taviani. Seduti in platea pronti ad ascoltarlo illustri protagonisti dello scenario cinematografico nostrano come Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, Nicola Piovani e Giuseppe Tornatore.

Accolto in una sala strapiena che gli ha reso omaggio con una standing ovation commossa, in due ore di discussione appassionata con il direttore della kermesse capitolina Antonio Monda, Scorsese ha analizzato nove sequenze di altrettanti film italiani che hanno influenzato la sua formazione cinematografica, dando ancora una volta prova di essere un fine conoscitore della settima arte.

Da “Accattone” di Pier Paolo Pasolini a “Umberto D.” di Vittorio De Sica, passando per “Il Posto” di Ermanni Olmi e “L’Eclisse” di Michelangelo Antonioni sono lentamente venuti fuori quelli che sono i topos del cinema scorsesiano, dalla spiritualita’ connessa alla colpa (“Accattone e’ stato il primo film che aveva delle persone con le quali mi sono riuscito a identificare. In Accattone mi ha sorpreso la santita’ di questo film. Le persone di strada sono piu’ vicine a Cristo degli altri”) alla riproduzione di quell’universo ancestrale siciliano a lui cosi vicino ( In “Salvatore Giuliano”, di Francesco Rosi c’e’ la disperazione di una madre che piange il figlio morto, e lo fa in quella maniera. Non avevo mai visto nulla di simile. Noi in America siamo abituati a nascondere le nostre emozioni. In questo film c’e’ la tragedia del sud, anni e anni di sofferenza. Rivedo i miei nonni che si trasferirono a New York nel 1910 dalla Sicilia. Con Rosi il mito diventa storia e la storia diventa mito”).

E ancora la cura estrema per i dettagli (Scorsese disegna sempre gli storyboard dei suoi film prima di girare per avere un’idea precisa della singola inquadratura) che il regista ci racconta ha tratto in qualche modo ispirazione dallo studio dello spazio di Roberto Rossellini (il film scelto in questo caso e’ “La presa del potere di Luigi XIV”), ma anche di Antonioni, maestro nell’arte della composizione scenica (“La composizione e’ narrazione. Ho dovuto imparare come leggere Antonioni, per me era come arte moderna”).

Ci sono poi l’arguzia e l’ironia utilizzate in film come “Quei bravi ragazzi” rintracciabili in qualche modo in “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi.

Quindi l’omaggio a Federico Fellini con “Le notti di Cabiria” e il racconto di un documentario che i due cineasti avrebbero dovuto realizzare insieme (“Purtroppo e’ venuto a mancare prima che potessimo dare vita al progetto”). C’e’ spazio infine per un aneddoto, del regista della “Dolce Vita” ha ricordato divertito un consiglio datogli: “Mi disse quando devi fare un sopralluogo per girare in esterna scegli sempre dei luoghi che abbiano un buon ristorante vicino. E io faccio sempre cosi”.

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